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Disuguaglianze: il 5% degli italiani è più ricco dell’80% della popolazione #adessonewsitalia

Recessione inevitabile? Le ultime notizie in arrivo dagli Usa lasciano aperto uno spiraglio per ché si possa evitare, ma la maggioranza degli economisti è pessimista in proposito. Due terzi dei principali economisti del settore pubblico e privato prevedono infatti una recessione globale nel 2023, secondo un sondaggio pubblicato in occasione del World Economic Forum (WEF) di Davos che indica come elementi di crisi i conflitti globali e l’inasprimento monetario da parte delle banche centrali, anche se l’inflazione sembra aver finalmente raggiunto il picco come ipotizzato anche dal Fondo monetario internazionale che stima una crescita dei prezzi globale al 6,5% quest’anno dall’8,8% nel 2022.

Recessione in arrivo? Il report

Gli economisti intervistati prevedono un’ulteriore stretta monetaria negli Stati Uniti e in Europa quest’anno e ritengono che le tensioni geopolitiche continuano a plasmare l’economia globale. Circa il 18% degli intervistati, più del doppio rispetto al precedente sondaggio del settembre 2022, ha considerato una recessione mondiale “estremamente probabile” mentre solo un terzo la reputa improbabile.

Nel ‘Chief Economists Outlook’ – che ha raccolto i giudizi di economisti di spicco dal Fondo Monetario a grandi banche di investimento – è emerso un forte consenso sul fatto che le prospettive di crescita nel 2023 siano fosche, soprattutto in Europa e negli Stati Uniti. Tutti i principali economisti intervistati prevedono una crescita debole o molto debole nel 2023 in Europa, mentre il 91% prevede una crescita debole o molto debole negli Stati Uniti. Questo segna un peggioramento rispetto all’ultima dichiarazione, quando le cifre corrispondenti erano dell’86% per l’Europa e del 64% per gli Stati Uniti.

“L’attuale contesto di alta inflazione, bassa crescita, debito elevato e alta frammentazione riduce gli incentivi per gli investimenti necessari per tornare alla crescita e migliorare gli standard di vita per i più vulnerabili del mondo”, ha detto l’amministratore delegato del WEF Saadia Zahidi. “I leader devono guardare oltre le crisi odierne per investire nell’innovazione alimentare ed energetica, nell’istruzione e nello sviluppo delle competenze e nei mercati di domani ad alto potenziale che creino posti di lavoro. Non c’è tempo da perdere”, ha aggiunto.

Italia: disuguaglianze in crescita

In Italia, nelle mani del 5% più ricco, c’è una ricchezza superiore a quella dell’80% più povero. E’ quanto emerge da ‘La disuguaglianza non conosce crisi’, il nuovo rapporto pubblicato da Oxfam, organizzazione impegnata nella lotta alle disuguaglianze, in occasione dell’apertura dei lavori del World Economic Forum di Davos. Tra il 2020 e il 2021, rileva il rapporto, cresce la concentrazione della ricchezza in Italia: la quota detenuta dal 10% più ricco degli italiani (6 volte quanto posseduto alla metà più povera della popolazione) è aumentata di 1,3 punti percentuali su base annua a fronte di una sostanziale stabilità della quota del 20% più povero e di un calo delle quote di ricchezza degli altri decili della popolazione.

La ricchezza nelle mani del 5% più ricco degli italiani (titolare del 41,7% della ricchezza nazionale netta) a fine 2021 era superiore a quella detenuta dall’80% più povero dei nostri connazionali (il 31,4%). I super ricchi con patrimoni superiori ai 5 milioni di dollari (lo 0,134% degli italiani) erano titolari, a fine 2021, di un ammontare di ricchezza equivalente a quella posseduta dal 60% degli italiani più poveri. Nonostante il calo del valore dei patrimoni finanziari dei miliardari italiani nel 2022, dopo il picco registrato nel 2021, il valore delle fortune dei super-ricchi italiani (14 in più rispetto alla fine del 2019) mostra ancora un incremento di quasi 13 miliardi di dollari (+8,8%), in termini reali, rispetto al periodo pre-pandemico.

Un fenomeno allarmante che ha visto raddoppiare in 16 anni la quota di famiglie con un livello di spesa insufficiente a garantirsi uno standard di vita minimamente accettabile e che oggi vede quelle più povere maggiormente esposte all’aumento dei prezzi, in primis per beni alimentari ed energetici.

Focus lavoro

Nuovi accordi tra le parti sociali sono particolarmente necessari per i circa 6,3 milioni di dipendenti del settore privato (oltre la metà del totale dei dipendenti privati) in attesa del rinnovo dei contratti nazionali alla fine del mese di settembre 2022. Lavoratori che rischiano, con le regole di indicizzazione attuali, di vedere un adeguamento dei salari, calati in termini reali del 6,6% nei primi nove mesi del 2022, insufficiente a contrastare l’aumento dell’inflazione. Se il miglioramento del mercato del lavoro italiano nel 2022 dovrà essere valutato alla luce dei rischi di una nuova recessione, restano irrisolti i nodi strutturali della “crisi del lavoro” nel nostro Paese: la ridotta partecipazione al mercato del lavoro della componente giovanile e femminile, marcate e crescenti disuguaglianze retributive, il crescente ricorso a forme di lavoro non standard e conseguente diffusione del lavoro povero.

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